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sabato 24 ottobre 2015

La scuola e la strage degli innocenti [1899-1922-2015]

da Demolins a Freinet tramite (anche) Ferrière: école des roches, case di educazione di campagna, ligue internationale pour l'éducation nouvelle, nascita di una pedagogia popolare, la scuola attiva - e   L-asilo-nel-bosco ?


E allora?
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Assai prima della strage dei corpi io ho assistito ad un'altra strage, la strage delle anime. Molti attorno a me parevano non avvedersene; qualcuno ne aveva il presentimento; ben pochi hanno scandagliato sino al fondo l'abisso d'ignoranza e d'incomprensione che l'hanno resa possibile. Codesta strage degl'innocenti, voi l'avete indovinato, è quella che, di giorno in giorno, perpetrava la scuola; è la stessa, che, senza averne sentore o avendone ben poco, compivano e compiono tuttora i maestri. Con la coscienza e lo zelo di fedeli operai, con pazienza e con accanimento essi mutilavano, e mutilano ancora, le anime dei fanciulli. 

Sistematicamente, spietatamente, con l'ausilio dello Stato e della società, sotto gli occhi dei genitori e di tutte le buone persone clie ci attorniano, la scuola prosegue la sua opera di uccisione degli spiriti. E di ciò, o madri in gramaglie, io fremo forse più che non della grande e odiosa carneficina della guerra. Esagero? 

Considerate piuttosto: la guerra tronca vite umane, ma alcune languono poi si spengono, altre si drizzano ancor su, qualcuna scampa. E il tempo continua medesimamente l'opera sua: già ondeggiano i giunchi sulle buche scavate dagli obici e rinverdiscono i campi straziati dalla mitraglia e i fili di ferro spinati arrugginiscono e si riducono in polvere. Ma la scuola? Non sono soltanto cinque o dieci le vittime ch'essa colpisce ma tutte o quasi tutte. Tutte le alloggia, le domina, le piega. Di tutte s'impossessa per mesi e per anni. Dove regnava la gioia della vita essa chiama il tormento; dove trillava la gaiezza essa impone la gravità; in luogo del movimento spontaneo esige l'immobilità, in luogo dei gridi e dei sorrisi il silenzio. E così pretende si faccia allo scopo di foggiare uomini e donne degni di tal nome. Via! che è necessario nella vita? la sapienza o la ...



venerdì 23 ottobre 2015

E allora?


I.
LA STRAGE DEGLI INNOCENTI
Debbo cominciare con una confessione. Ricordate, lettori, al tempo della dichiarazione della guerra del 1914 e nei lunghi anni della sua durata qual fremito di pietà e di orrore ci ha tutti assaliti? Pietà per tanti innocenti spenti nel fior della vita, orrore di tutto il sangue versato, dell'immenso carnaio su cui volteggiavano i corvi, degli ospedali ove rantolavano tanti giovani poco prima ancor pieni di speranza, dei fuggitivi, degli esiliati, degli affamati, della torma dei disperati che coprivano l'Europa, sin dove poteva estendersi lo sguardo e anche al di là! Parve, allora, che una morsa ci stritolasse il petto, che una tenaglia ci serrasse la fronte: e noi piegammo, crudamente, sull'abisso della sofferenza e piangemmo, impotenti vinti.... Ma fu un attimo: ed ecco con uno slancio tornammo in noi, ci rialzammo, riguardammo in faccia la realtà brutale, rodendoci il cuore di essere rimasti immobili e inutili. E raddoppiammo le nostre energie e organizzammo soccorsi e lavorammo dì e notte per lenire le sofferenze dei prigionieri di guerra o dei bisognosi smarriti nella tormenta o per confezionare in fretta abiti. per
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i bimbi indigenti. Erano milioni e milioni di creature da sostenere, da circondare di cure, da raccogliere! Ma nondimeno, ad onta del diversivo del lavoro accanito, continuava a pesare su di noi l'indicibile sentimento di orrore: era come un incubo dal quale non riuscivamo a liberarci. E avremmo voluto risvegliarci, scuoterci, avremmo voluto poter trarre un lungo sospiro di sollievo nella certezza che tutto non era stato che un sogno, ma invano! La miseria universale era là che si affermava e s'imponeva. Tutti quegli esseri giovani e forti che avevamo visti cinque, dieci, venti anni prima giocare, correre, ridere e cantare spensieratamente erano ora stretti nella lotta senza misericordia o piombati nel fango e nella miseria. Per questo le madri li avevano messi al mondo? Per questo li avevano cullati e vezzeggiati? Per vederli gettati in faccia al Moloch della guerra dunque esse li avevano nutriti giorno per giorno, li avevano lavati e vestiti, avevano loro sorriso, avevan teso le braccia ai loro primi passi barcollanti? Per questo essi, più tardi, avevano appreso alla scuola tante cose complicate, così restie, a entrare nei piccoli cervelli ribelli? Madri, o madri che avete lavorato e penato, che avete conosciuto la gioia e l'affanno, che avete pianto e riso a vicenda e aspramente lottato per il pane quotidiano e che portando e serrando i vostri piccoli nelle braccia poteste credervi un istante le donne più fortunate del mondo; o madri, io m'inchino davanti al vostro dolore e piango con voi e mi dispero con voi. La vostra lotta contro la guerra e l'ingiustizia universale sarà la mia lotta di ogni momento: ve lo giuro.
Lettori, vi ho detto che vi avrei fatta una confessione. Eccola. Assai prima della guerra io ho provato l'identico fremito di spavento e di pietà.
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Assai prima della strage dei corpi io ho assistito ad un'altra strage, la strage delle anime. Molti attorno a me parevano non avvedersene; qualcuno ne aveva il presentimento; ben pochi hanno scandagliato sino al fondo l'abisso d'ignoranza e d'incomprensione che l'hanno resa possibile. Codesta strage degl'innocenti, voi l'avete indovinato, è quella che, di giorno in giorno, perpetrava la scuola; è la stessa, che, senza averne sentore o avendone ben poco, compivano e compiono tuttora i maestri. Con la coscienza e lo zelo di fedeli operai, con pazienza e con accanimento essi mutilavano, e mutilano ancora, le anime dei fanciulli.
Sistematicamente, spietatamente, con l'ausilio dello Stato e della società, sotto gli occhi dei genitori e di tutte le buone persone che ci attorniano, la scuola prosegue la sua opera di uccisione degli spiriti. E di ciò, o madri in gramaglie, io fremo forse più che non della grande e odiosa carneficina della guerra. Esagero?
Considerate piuttosto: la guerra tronca vite umane, ma alcune languono poi si spengono, altre si drizzano ancor su, qualcuna scampa. E il tempo continua medesimamente l'opera sua: già ondeggiano i giunchi sulle buche scavate dagli obici e rinverdiscono i campi straziati dalla mitraglia e i fili di ferro spinati arrugginiscono e si riducono in polvere. Ma la scuola? Non sono soltanto cinque o dieci le vittime ch'essa colpisce ma tutte o quasi tutte. Tutte le alloggia, le domina, le piega. Di tutte s'impossessa per mesi e per anni. Dove regnava la gioia della vita essa chiama il tormento; dove trillava la gaiezza essa impone la gravità; in luogo del movimento spontaneo esige l'immobilità, in luogo dei gridi e dei sorrisi il silenzio. E così pretende si faccia allo scopo di foggiare uomini e donne degni di tal nome. Via! che è necessario nella vita? la sapienza o la ...
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volontà? la sapienza senza la volontà o la volontà indomita che si crea il suo sapere a viva forza, quando e dove bisogna? Io dico: la volontà innanzi tutto. Finchè vi è la volontà date del sapere; a tale condizione non è mai troppo; ma se voi ne date un granello più del necessario e la volontà invece di coadiuvare si ribella, se voi la forzate, è finita: il fanciullo si stacca da voi, dalle vostre parole, persino dal vostro amore; si allontana senza ritorno ai tesori che voi volevate mettere a sua disposizione e di cui contavate farlo profittare. Oppure, ciò che è peggio, egli, sì, si sottomette, è consenziente, par tutto preso, par voglia abdicare ad ogni autonomia. Non illudetevi: lentamente, ma segretamente, la sua natura si sdoppia: voi credete avere sotto gli occhi un fanciullo e voi ne avete due; uno docile, ossequiente, umile che non è che una apparenza, un sembiante, un'immagine ipocrita; l'altro invisibile che vi sfugge, che vive la sua vita, sul quale voi non avete influenza alcuna, che si alleva da sè, dove e come può. E il giorno ch'ei vi lascia per sempre, e si chiude la porta della scuola, che nasconde ai suoi genitori tutto ciò che ha fatto o detto giocando, lo scolaro saggio è sparito; solo resta e solo se ne va per il mondo, con suo rischio e pericolo, l'altro: l'indocile, il ribelle, l'impulsivo, l'ineducato, il selvaggio. Egli sarà ciò che l'ha fatto la natura: buono o malvagio, onesto o furfante, serio o pazzo. L'eredità e l'istinto lo guideranno, non voi. Perchè è inutile che vi vantiate, o vi rammarichiate se prende una cattiva piega; non siete voi che l'avete formato; tutto al più lo avrete deformato. Famiglia o scuola, sovvenzionate o no dallo Stato o dalla Chiesa, ecco il risultato sociale della vostra misconoscenza della ragione e della salute. La scienza psicologica vi insegna quali sono le leggi della natura sana; voi le ignorate, voi le calpestate; voi fate bancarotta.
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Sono ingiusto? Non dico che il vero. So bene: voi pretendete educare la ragione e predicare la salute: voi siete convinti di formare la volontà perchè domate le na-ture ribelli, perchè domate i capricci. Sono i fanciulli che si vincono da sè o siete voi che li avete obbligati con le vostre punizioni e con le vostre minacce? E quand'anco voi foste riusciti a formare qualche piccolo essere buono come un santino — e che resta tale — siete voi sicuri che codesta forma della volontà, forma tutta negativa, sia la vera? La vita non è forse per coloro che hanno una volontà positiva, conquistatrice, che si effonde in azione e si spande in energia, con un lampo nello sguardo e i polmoni dilatati per lo sforzo giocondo? Sono ingiusto? Io non accuso nessuno. Anzi, so bene quali tesori di bontà e di pazienza son racchiusi nel cuore di migliaia di educatori e so l'abnegazione dei padri e il sacrificio delle madri. Quante ne ho conosciute che venivano a chiedermi:     "Come fare? Io dò ai miei piccini il mio tempo, la mia pena, la mia giornata, le mie notti, ogni mia forza, ogni mia speranza. Ma i miei piccini vivono la loro vita, s'impennano davanti alle minacce, oppongono la loro ragione alla nostra. Non comprendono che è per il loro bene. Che fare? Se imponiamo la nostra volontà è una lotta di tutti i giorni; se cediamo è peggio: divengono sfacciati e sragionano a tutto spiano ". Ecco ciò che mi hanno detto padri, madri, educatori. Ad essi tutti io ho risposto ciò che credeva giusto e vero. Ho risposto che a nulla giova in verità mortificare, imporre, forzare, ragionare e punire. Quasi sempre a codesti tentativi contro natura risponde l'insuccesso. D'altra parte cedere ai capricci è certamente il partito peggiore. E allora? 


domenica 7 dicembre 2014

Freinet a Piragineti

Freinet a Piragineti

Nella seconda metà degli anni Sessanta i bambini e le bambine delle campagne intorno a Rossano,
nella fertile area agricola calabrese della Sibaritide, frequentavano delle minuscole pluriclassi
disseminate nelle numerose frazioni rurali.
Grazie a un’iniziativa del Comune nella zona a ovest della città fu istituita una sede centralizzata
servita da scuolabus e dotata di tempo pieno.
Diverse maestre e diversi maestri vi si trasferirono e una decina di essi, con l’appoggio di alcuni
dirigenti del Provveditorato di Cosenza, avviarono una sperimentazione con il metodo Freinet.
Si aprì così una stagione particolarmente fertile in cui questo piccolo nucleo, aderente al
Movimento di Cooperazione Educativa, in contatto con scuole Freinet francesi e pienamente
integrato nelle ricche attività di aggiornamento del Centro UNLA di Roggiano Gravina, tentò con
successo di rompere sia l’isolamento culturale dei bambini e delle bambine della campagna sia la
routine didattica della pigra cittadina calabrese. Questo tentativo si sostanziò via via in un’attività
didattica ordinaria sperimentale di alto livello e in numerose iniziative didattiche e di
aggiornamento straordinarie che avrebbero lasciato una traccia sia nella successiva attività
lavorativa dei protagonisti sia nell’esperienza esistenziale delle alunne e degli alunni.
L’esperienza della scuola di piragineti venne progressivamente ad esaurimento nella prima metà
degli anni Ottanta quando il nucleo progressivamente si disperse per motivi diversi. Ciascuno dei
suoi membri portò tuttavia nelle proprie nuove realtà lavorative la sensibilità e i metodi maturati nel
corso degli anni Settanta.
A oltre quarant’anni dall’esordio della vicenda nove dei dieci protagonisti sono ancora in vita, tutti
ormai pensionati.
Il progetto intende anzitutto raccogliere in video il loro racconto e quello di alcune delle bambine e
dei bambini di allora ma intende anche archiviare in formato digitale la maggior quantità possibile
di materiale relativo a quella esperienza ( giornalini, fotografie, schede didattiche, registri, altri
materiali cartacei, articoli di giornale, corrispondenze con l’Italia e con l’estero). Lo scopo di questa
raccolta è quello di depositare una traccia quanto più completa possibile della vicenda.
Il secondo scopo della ricerca è però quello di restituire l’eccezionalità di una vicenda di
sperimentazione didattica estremamente avanzata e dai caratteri squisitamente cosmopoliti in
un’area sostanzialmente marginale d’Italia in un periodo storico di grandi entusiasmi e di grandi
slanci culturali. A seconda delle disponibilità di tempo e del grado di collaborazione dei
protagonisti- che sono in genere eccellenti animatrici/animatori- si dovrà quindi stabilire in seguoto
in che modo rendere fruibili al pubblico, non solo locale, questi materiali.
Le tradizionali forme costituite dal libro di storia orale e dal documentario sembrano quelle più
adatte a comunicare- sia pure in estrema sintesi- il senso e la rilevanza storica della vicenda, ma non
è da escludere, visto il carattere digitale sia del materiale raccolto sia delle sintesi che se ne possono
trarre, la possibilità di creare un piccolo sito web dedicato all’illustrazione dell’esperienza e del
progetto di ricerca che metta a disposizione tanto i materiali quanto le eventuali sintesi. 

giovedì 29 agosto 2013

della memoria (l'ippocampo)

Vienna, ottenuto con le staminali: "Servirà a capire le malattie". Al suo interno manca però la regione della memoria (l'ippocampo)

domenica 1 gennaio 2012

un conformismo della curiosità


L’istruzione pubblica è una peste razionalista

Freinet Comunista http://www.ecn.org./filirossi/freinet e il Denis De Rougemont di L’istruzione pubblica è una peste razionalista

Dall’età di sei anni s’istruiscono i nostri bambini a non porsi domande di cui non abbiano appreso la risposta a memoria. Guardate uno scolaro eseguire i compiti, è sorprendente: impara le domande altrettanto bene delle risposte. Bisogna riconoscere che con questo non so che di declamatorio, di… giornalistico, di ampollosamente vuoto, questo vi dà una certa aria democratica… e d’altronde voi amate le idee generose, non è vero?

Ne ero sicuro. Ciononostante ho paura che il mio progresso non sia il vostro, e anche che la sua natura lo conduca in una direzione completamente opposta.
C’è molta malevolenza nell’aver inventato uno strumento di progresso: bisogna ancora saperlo mettere in moto - e dove portarlo? Ci sono molte strade, ma voi non amate il rischio, preferite il surplace. Così l’istruzione pubblica si è fermata ai dintorni del 1880 e da allora non si è più mossa. Il motore non consuma di meno, e non ha smesso di borbottare e di appestare tutto. E poco a poco il pubblico si rende conto che "lo strumento di progresso" non è che un camuffamento sotto il quale si distilla il radicalismo integrale. Mi si farà osservare che molti serventi della macchina sono socialisti o conservatori: ecco che questo non cambia il rendimento, l’immagine né la natura dei prodotti secreti.
Ammetto che trovo tutto questo molto forte: aver ottenuto un conformismo della curiosità. È vero che non ci vorrebbe di meno per assicurare la sicurezza di un regime stabilito nelle poltrone; perché un popolo di elettori fantasiosi sarebbe a volte tentato di tirare bruscamente queste sedie, scherzo ben noto e che ridicolizza immediatamente le sue vittime.In fatto di scherzi, fingerete di trovar buono questo: io sostengo che la scuola è un’istituzione conservatrice. - Nemmeno questo! Essa è destinata a legittimare con la forza dell’inerzia e a perpetuare tutto ciò che viene dopo Numa.
Conservatrice e non reazionaria, no, per nulla. Perché le forze di reazione collaborano a loro modo al progresso, correggono, stimolano, vivono. La Scuola si accontenta di essere fossilizzata. È un freno? Neanche. È piuttosto una melma in cui sprofonda la nostra civiltà; e dove la Democrazia può conservarsi ancora per secoli… Ora, se dico che la Scuola è contro il progresso, è perché il progresso consiste nel superare la Democrazia. E questa tesi non va contro l’evoluzione naturale dell’umanità, come tuttavia non mancherete di dire, con il senso del cliché che è un omaggio ai vostri maestri.
Per mezzo dell’istruzione pubblica, la Democrazia limita l’uomo al cittadino. Si tratta dunque di oltrepassare il cittadino, di ritrovare l’uomo tutto intero. In questa operazione distinguo due fasi: prima criticare l’esistente - attraverso il confronto con ciò che fu, o che dovrebbe essere; poi, preparare il terreno per i nuovi giochi che l’umanità del futuro non mancherà di inventare. Non posso trattenermi dal vedere un intento provvidenziale in questo amore della distruzione e dell’anarchia che è in noi - ancora pochi lo ammettono. Perché forse la nostra generazione dovrà limitare i propri sforzi a distruggere, radere al suolo, e fare dei segni nel vuoto con la possibilità di correre grossi rischi.
Criticare il presente nel nome del passato non significa desiderare un ritorno al passato. Ma prendere in considerazione i regimi antichi può condurci a constatare, nulla di più, che il nostro sedicente progresso sociale corrisponde a un arretramento umano. Per esempio, è un progresso aver rimpiazzato le gerarchie tradizionali, con tutto l’ampio sfondo di poesia e di grandezza che questa parola comporta - quali ne fossero allora le realizzazioni - con delle gerarchie da mezzemaniche la cui origine è un ripiego, il cui metodo è la poltroneria redditizia, il cui spirito è la gelosia irrancidita armata di pedanteria, per non parlare del decoro, degli odori, della polvere, delle piccole abitudini sordide e di quella materia raramente “igienica” che definisce la nostra epoca: la scartoffia?

Questa critica del burocraticismo, state per dirlo, è un’accozzaglia di luoghi comuni.

Ma ce n’è bisogno, ahimè, tanto più che la maggioranza degli elettori li considerano come tali. E non mi considererò battuto quando mi si sarà fatto notare che la maggior parte degli intellettuali sono convertiti da tempo a queste idee antidemocratiche: è tempo che esse sconfinino da questa cerchia ristretta e distinta. Ci sono da fare le grandi pulizie, c’è da creare un’intensa corrente d’aria che porterà con sé tutte queste statistiche e questi giornali, ne resterà sempre abbastanza per accendere fuochi di gioia, ecc. Bene. Immaginiamo che tutto questo sia stato fatto. Respiriamo. Ma voi mi aspettate già al varco e m’intimate di dire in che modo, ora, intendo comportarmi per preparare i tempi nuovi. Domanda enorme. Avrò l’ingenuità non meno enorme di abbozzare qui la risposta che le riservo?
L’istruzione pubblica è la forma più comune della peste razionalista che imperversa nel mondo dal XVIII secolo (dopo le ultime pesti nere). Se approfondite un poco la nozione di democrazia, scoprirete presto che essa si fonda su postulati razionalistici. In verità, democrazia e razionalismo non sono che due aspetti, uno politico, l’altro intellettuale, di una stessa mentalità. Essa si è sviluppata nel XVIII secolo nell’aristocrazia, che vi vedeva niente di più di un gioco. Durante tutto il XIX secolo essa è scesa nella borghesia e nel popolo; e qui è diventata una tirannia. Prima c’erano la Ragione e i sentimenti. Ora ci sono il razionalismo e il sentimentalismo.
Questo razionalismo trionfa non soltanto nei princìpi democratici e in quelli della Scuola, ma anche in tutta la moderna conduzione della vita. È il nostro americanismo e la nostra aridità sentimentale. Ed è il grande impedimento interiore di cui soffre la nostra immaginazione creativa; esso isterilisce le nostre utopie ed impedisce loro di diventare altro che utopie. Si tratta in primo luogo di smascherarlo e di dargli la caccia ad ogni passo della nostra vita. Ma questo primo obiettivo costituisce un programma così ricco che è superfluo formularne un secondo. Lasciamo questo pensiero a generazioni più libere d’immaginare, in grado di beneficiare della nostra collera giacobina e di questa formidabile esperienza negativa che sarà durata almeno due secoli.L’evoluzione dell’umanità sembrerebbe conforme alla dialettica hegeliana; vi si ritrovano facilmente le triadi: essere - negazione dell’essere - nuovo essere. La nostra epoca sarebbe il secondo tempo di una di queste triadi. Il suo razionalismo nega l’essere sotto tutte le sue forme, traduce tutto in relazioni e vuole rendere ogni relazione cosciente, ossia, per lui, calcolabile, computabile. Nella misura in cui ci riesce, uccide le esistenze particolari, a meno che queste non siano già morte. Ma verrà il tempo in cui esse rinasceranno ad una vita nuova e più completa, ad un grado superiore di incoscienza, se così posso dire. Allora toccherà all’istinto integrare la ragione.
Credo che ci stiamo avvicinando a questo tempo. E che il vero progresso vuole che si contrasti tutto ciò che ostacola questo avvento. È per questo che rivendico l’espulsione della congregazione radicale degli insegnanti.Mi si domanda ancora che cosa metterei al loro posto. E dal momento che non propongo niente di preciso, si canta grossolanamente vittoria.Avrei voluto vedervi chiedere a un suddito di Luigi XIV che cosa concepiva in luogo della monarchia assoluta. Ci sarebbe voluta certamente una fantasia prodigiosa al predetto suddito per rappresentarsi appena vagamente la nostra attuale civiltà. E anche Diderot, anche Rousseau, alla vigilia della Rivoluzione, sospettavano forse che la repubblica ricercata si sarebbe abbandonata, appena cent’anni dopo,a questo ballo di San Vito politico di cui niente, nel loro tempo, poteva offrire la minima prefigurazione?
Bene, deducete da questa similitudine le formidabili possibilità che ci riserva il secolo a venire, e comincerete a comprendere che il vostro scetticismo nei confronti della forma sociale che invochiamo senza conoscerla e che già si elabora segretamente, che questo disprezzo e questo scetticismo sono di un ridicolo schiacciante, sotto il quale non tarderete a perire.


da Il Riformista, 30 novembre 2005

mercoledì 9 novembre 2011

Report. La tipografia a scuola


"Vi è un unico rischio serio, quello di vivere la rivoluzione digitale
in modo meramente strumentale e tecnologico.
L'autentica cultura informatica è invece quella
che sa riconoscere la componente procedurale,
algoritmica, strutturale in ogni attività e disciplina,
come una componente irriducibile ad altri paradigmi conoscitivi."


la cultura informatica- Furio Honsell 


Nell’ambito della pedagogia frenetiana, adottata dal MCE, la differenziazione tra tecniche e metodi è di vitale importanza ; tale differenziazione viene sottolineata da Bruno Ciari il quale afferma che essendo il metodo una realtà chiusa in se stessa, che non consente quell’apertura dinamica necessaria per l’attuazione di una pedagogia popolare, non risponde alle esigenze di una scuola che deve tenere conto dello stretto rapporto esistente con la società e le sue innumerevoli sfumature; ciò che invece rispetta i sempre diversi bisogni sociali è la tecnica. 

La tecnica, grazie alla sua flessibilità, ha la caratteristica sia di aderire alla realtà quotidiana del bambino sia di essere funzionale alla realtà sociale ; ma la caratteristica che differenzia in modo totale le tecniche dai metodi è la loro funzione sociale; infatti nelle tecniche usate dal MCE si attuano una serie di valori umani quali l’autonomia , il senso critica e il senso di responsabilità, che il bambino non ha naturalmente, ma che possono essere assimilati mediante la realizzazione di rapporti sociali ; tali tecniche hanno come valore implicito quello della democrazia ; una scuola è democratica nel momento in cui rispetti le individualità (la conoscenza profonda delle potenzialità, dei limiti e dei bisogni del bambino è il punto di partenza della didattica MCE) e liberi l’intelligenza. 

Quindi una scuola che adotti le tecniche di vita e che per questo si dice popolare deve, come primo scopo, liberare intellettualmente e socialmente il bambino allontanandolo il più possibile dal conformismo e l’omologazione sociale. 

[L’approccio pedagogico elaborato da Freinet è caratterizzato dall’attuazione di una serie di strumenti chiamati tecniche di vita che sono : la tipografia, il testo libero, lo schedario vivente e la corrispondenza interscolastica.]

martedì 8 novembre 2011

la prof.Castelnuovo e l’imprimerie à l’école

La tipografia a scuola è la Tecnica Freinet che più ha caratterizzato l'insegnamento del maestro francese (e dei suoi compagni di strada), ma a nessuno venga in mente che questo sia parte di un metodo, di un sistema che Celestin Freinet mette a punto e  rende così disponibile ad un uso generalizzato.

L'esperienza di Freinet, e di Emma Castelnuovo, indica una direzione che dice ben altro: i cosiddetti metodi  dei normalizzatori, sono per la formazione umana  gabbie inaccettabili in una società aperta, democratica e liberale - cioè fondata sull'individuo e la sua determinazione individuale.

La sostanza del grande magistero di questi nostri maestri sta  in una scelta squisitamente politica, partire dalle difficoltà, dalle diverse abilità, dal dialogo con tutti nella scuola di tutti.
Nessuna "didattica" a semplificare la complessità dei problemi che pone un rapporto democratico in società profondamente segnate dalle disuguaglianze: a cominciare dalle attività scolastiche aperte della scuola di massa.


Allora ecco il punto: Freinet e Castelnuovo se cominciassero oggi costruirebbero il loro magistero sulle reti sul digitale sulle concrete disponibilità della società globale [op.cit. vedi:  my phrasebook voice]: non si chiuderebbero nel sistema scolastico (quello  intenderci, che produce l'analfabetismo sostanziale de  il 68,2% della popolazione, pari a 39.146.400 unità).

Le agenzie dell'apprendimento, con valenze fortemente formative, sono ormai ben diffuse in tutte le articolazioni della società, là vanno individuate e riprese.

Emma e Freinet hanno lavorato sempre alla dissoluzione della scuola, un pò come Franco Basaglia fondò il suo impagabile lavoro sulla chiusura preliminare dei manicomi di contenzione.

En combinant expression et communication, Freinet avait sans doute fixé la trame de la vie scolaire et de la vie tout court.


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